Elogio delle erbacce: letture nella natura

06 Marzo 2024

«Quando intralciano i nostri piani o le nostre mappe ordinate del mondo, le piante diventano erbacce. […] La mia scoperta delle erbacce coincise con il mio primo incontro ravvicinato con le piante, e mi apparvero come una specie di manna».

Inizia così l’Elogio delle erbacce di Richard Mabey, pubblicato nel 2011 da Ponte alle Grazie. Ed è da questo libro che partiamo in un ideale itinerario fra tante diverse letture che, se vorrete, potranno accompagnarvi in un ideale avvicinamento a Terra Madre, dove la natura si fa protagonista.

La scelta non è casuale. Un po’ perché siamo in quella stagione dell’anno in cui la natura, forse un po’ in anticipo, si risveglia e in cui la vegetazione spontanea dà il massimo di sé. Un po’ perché è bello partire da una delle espressioni naturali classificabili con maggiore difficoltà – addirittura non classificabili. Un qualcosa che sfugge alle etichette, forse anche ai giudizi. Che spesso si colloca ai margini perché non ha niente di bello o di affascinante o di utile ma che, scrive Mabey nel suo Elogio delle erbacce pulsa «di vita primitiva, cosmopolita, fotosintetica».

Vitalità

Quando ho letto questo libro il capitolo che mi ha maggiormente entusiasmata nell’evidenziarne la vitalità quasi guascona è il secondo, intitolato ad adonide, protagonista di un destino curioso che ne ha visto modificare lo status da specie bene accetta se non addirittura ammirata a erbaccia infestante, per poi fare un ultimo salto pazzesco, e diventare addirittura specie protetta.

Il capitolo parte da un fatto storico di estrema importanza. È il 1° maggio del 1945, e di lì a una settimana a Londra ci sarebbero state le celebrazioni per la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale.

Il direttore dei Kew Gardens parlò di una strana esplosione di erbacce sulle località bombardate, nei gusci squarciati delle bombe inondati dalle pompe antincendio, sui ruderi delle mura di Londra, nella navata centrale di Saint James a Piccadilly… Il professor Edward Salisbury contò ben 126 specie, «un nuovo ecosistema che si stava facendo strada tra le ferite della città» e che comprendeva felce aquilina, Senecio squalidus, stramonio, galinsoga, garofanino di bosco e molte altre ancora: «Una tempesta di erbacce a ricordarci, se qualcuno ne avesse bisogno, quanto sia esile la patina di civiltà che copre la selvatichezza. […] una rivolta di opportunisti e approfittatori, veri e propri faccendieri del mondo vegetale».

Occasioni, fattore tempo

Le erbacce possono sorprendere per questa vitalità approfittatrice, per questo saper cogliere occasioni che altri non vedono, per il loro saper trovare un suolo fertile al quale adattarsi in tutte le aree più inquiete del pianeta, siano esse un pavimento bombardato, il fango dei pascoli, le morene glaciali… Spesso, la loro vitalità, si accompagna alle attività umane: spesso non ce ne accorgiamo, ma smuovendo il suolo con qualcuna delle nostre attività, creiamo le condizioni giuste perché qualche erbaccia prosperi oppure ne trasportiamo involontariamente i semi attaccati alle suole delle nostre scarpe… Le erbacce «ci usano quando mettiamo a soqquadro il mondo».

Un altro vantaggio delle erbacce è il fattore tempo. Molte di esse hanno cicli vitali brevi, i semi di altre sono in grado di giacere inattivi nel sottosuolo per anni o addirittura secoli (il fenomeno si chiama quiescenza). Altre possiedono entrambe le caratteristiche, il che le pone in condizioni di estremo vantaggio rispetto alle specie coltivate.

Status

Ma cosa sono esattamente le erbacce? È possibile darne una definizione scientifica, e univoca? A leggere Mabey si direbbe proprio di no, perché ci troviamo in un territorio di confine dove da luogo a luogo specie come la striga, nativa del Kenya, o il poligono, originario del Giappone, sviluppano caratteristiche infestanti se cambiano indirizzo, approdando l’una negli Stati Uniti e l’altro in Inghilterra.

«Questi due soli esempi bastano a cogliere l’ambivalenza e la provvisorietà della lista nera delle erbacce. Quello che è ornamentale in un posto, altrove diventa un dannoso invasore. Quella che secoli fa veniva coltivata per scopi alimentari o curativi cade in disgrazia e diventa un bandito della foresta. Con la stessa rapidità, l’erbaccia diventa pianta alimentare, giocattolo per bimbi o simbolo culturale. […] Naturalmente, tutto dipende da cosa si intende per erbacce. La definizione È la storia culturale delle erbacce. Come, dove e perché classifichiamo come indesiderabile una pianta fa parte della storia dei nostri incessanti tentativi di tracciare confini tra natura e cultura, stato selvaggio e domesticazione. E il carattere di gran parte delle superfici verdi del nostro pianeta dipende da quanta intelligenza e generosità mettiamo nel tracciare queste linee. Il modo più comune e semplice per definire un’infestante è designarla come una “pianta nel posto sbagliato”. […] Qui, al di là della nozione di area biologica giusta per una pianta, entrano in gioco diverse sfumature relative al significato di “posto” e di “giusto”».

Giudizi culturali

Come si vede, oltre all’atteggiamento diverso da parte della pianta, subentrano anche i nostri giudizi culturali. Cosa ci fa decidere che una pianta sia indesiderabile o meno? Nel mio caso specifico, che ho un prato ma non raccolti di cui preoccuparmi, al momento l’unica guida è la curiosità, o forse addirittura la simpatia. Ho tenuto l’erba morella (Solanum nigrum) benché giudicata infestante e tossica – ma un tempo se ne consumavano sia le foglie sia i frutti – perché mi piaceva il suo portamento e l’aspetto dei fiorellini bianchi e delle bacche quasi nere. Con l’ailanto, invece, ho ingaggiato una battaglia che al momento lo vede trionfare. È un albero (pure bello), non una vera erbaccia, e si riproduce alla velocità della luce. Di lui, mi infastidisce che stia rubando lo spazio alle piante locali, oltre al fatto che quando sradico le nuove piantine che proliferano accanto alla pianta madre emanano un odore estremamente sgradevole. Ma sono pensieri soggettivi, simili a quelli che ci guidano, in quanto comunità, ad attribuire lo status di erbaccia a quella o quell’altra specie.

L’autore

Quando per la prima volta si approcciò al mondo vegetale e alle erbacce, Richard Mabey aveva 25 anni ed era redattore in una casa editrice nei sobborghi di Londra. L’incontro fu un’epifania. Oggi Mabey è il più importante nature writer inglese. È autore di trenta libri, cura rubriche sulla natura per BBC Radio e televisione e scrive regolarmente su giornali come The Guardian, New Statesman, The Times e Granta. Tra i suoi numerosi saggi c’è Flora Britannica, che il Times ha eletto la miglior guida naturalistica mai pubblicata. In Italia, per Ponte alle Grazie, sono usciti Il taccuino del naturalista (2012) e Il più grande spettacolo del mondo (2016). Altri lavori tradotti in italiano sono Natura come cura (Einaudi, 2010) e I doni della natura (Vallardi 2016).

Usi

Per forme di vita così ai margini, e rispetto alle quali si fa fatica a stabilire un confine netto – se c’è – è normale che nel tempo sia anche radicalmente mutato il nostro giudizio. Per tornare alla morella, alla sua famiglia appartiene anche la mandragora. Il fiore, di colore violetto, ha un aspetto attraente – e ingannevole: online si legge di persone che l’hanno scambiata per la borragine –. Ma in passato ciò che maggiormente affascinava gli erboristi (e gli stregoni) erano le radici dalla tipica forma antropomorfa, genitali compresi: somiglianza che ne fece l’ingrediente perfetto per la cura della sterilità, per indurre il desiderio sessuale, e anche per rientrare in una particolare pozione per scacciare i demoni.

Ma molte piante – e molti funghi – che un tempo erano ampiamente utilizzati ora non lo sono più. Tra i vari personaggi, erboristi, ciarlatani e studiosi, che affollano il volume di Mabey si cita a un certo punto Nicholas Culpeper, un nome che a un non addetto ai lavori può anche non evocare nulla. Eppure Culpeper diede alle stampe nel XXVII secolo quello che è giudicato uno dei più sorprendenti successi editoriali della storia, ossia The English Physician – sottotitolo: un metodo completo di cura, grazie al quale un uomo mantiene il corpo in salute, o ammalatosi cura se stesso, al prezzo di tre pence, con le cose che crescono solo in Inghilterra –, «una guida all’automedicazione con le piante più facili da trovare, economica, accessibile e dallo stile vivace».

Delle circa 330 specie che recensisce, oggi più o meno un terzo sono considerate infestanti, e per moltissime altre è accaduto lo stesso, o il contrario.

Invito alla lettura

Ecco perché leggere Mabey:

  • per scoprire un mondo che abbiamo sotto gli occhi, ovunque, e al quale spesso non facciamo caso, e per riconoscere alcuni fra i più costanti nostri compagni di strada
  • per vedere le traiettorie anche imprevedibili che prende la vita, e per allenarci a collocarle nel più ampio contesto dell’evoluzione
  • per appassionarci a tante specie e sottospecie di cui mai probabilmente abbiamo sentito parlare
  • perché le chiamiamo erbacce, e a volte sono una vera dannazione o un grave problema, ma per tanti versi non possiamo non innamorarcene.

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

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Richard Mabey
Elogio delle erbacce
Ponte alle Grazie, 2011 [seconda edizione 2017]

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